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L’area archeologica di San Vito al Sele, situata a poca distanza dalla riva destra del fiume Sele, in località Santa Cecilia di Eboli, rappresenta un sito di notevole interesse dal punto di vista storico-archeologico, sul quale la presenza umana è documentata per un lunghissimo arco temporale a partire dal V-IV sec.a.C. al XVI sec. d.C. Il toponimo indica non solo la chiesa dedicata al Santo ma anche la zona ad essa circostante, certamente un ruolo fondamentale riveste la sua posizione strategica situata nei pressi del fiume menzionato. Lo scavo dell’area è stato condotto negli anni 1987 e 1992 dall’Università degli Studi di Salerno, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica e si concentra essenzialmente nella zona antistante la chiesa e nei pressi dell’ingresso. Altre indagini seguirono nel 2004, sempre per conto della Soprintendenza Archeologica, incentrandosi in prevalenza su due aree poco distanti dall’attuale chiesa. Le campagne di scavo hanno riportato alla luce i resti di un complesso, all’interno del quale si sono succedute diverse fasi di vita. L’impianto iniziale risale con molta probabilità al IV-III sec. a.C. I livelli relativi a questa fase, però, sono praticamente inesistenti, in seguito allo sconvolgimento determinato dalla falda acquifera. Il vasto impianto rinvenuto era articolato in più settori e la presenza di alcuni elementi, quali ad esempio, una pavimentazione a mosaico policromo con decorazione a motivi geometrici, ritenuto peculiare degli edifici religiosi, lascia intendere che siamo in presenza di un insediamento sviluppatosi intorno ad un luogo di culto. Le strutture venute alla luce risalgono, nella loro prima fase, ad un periodo compreso fra la fine del V e gli inizi del VI sec. d.C. Le indagini eseguite nel 2004 hanno recuperato parte di una necropoli ascrivibile a questo arco cronologico. Tra i rinvenimenti più significativi vanno segnalati i corredi di due sepolture in particolare, nella prima sono state recuperate due collane, di una si conserva parte della catenella in bronzo alla quale erano sospese due monete dello stesso metallo di età romana imperiale. Alla seconda sepoltura, vanno ricollegati una serie di vaghi di collana in pasta vitrea di varia forma e dimensione. Sicuramente questo insediamento si inquadra all’interno di una rete di piccoli villaggi che nel corso dell’Alto Medioevo occupavano la piana del Sele nei quali la presenza di piccole chiese, come appunto nel caso specifico, rappresenta un importante elemento di aggregazione non solo religiosa ma anche sociale. Un termine indicativo delle ultime fasi di vita dell’insediamento è fornito dal dato che, dopo l’interro delle strutture, l’area fu utilizzata nella prima metà del XVI sec. d.C. ancora una volta come area di sepoltura. L’identità del culto originario con la figura di San Vito resta allo stato attuale una mera ipotesi, basata sulla forte tradizione che lega indissolubilmente la figura del Santo al Sele e sulla testimonianza dell’esistenza di una curtis S. Viti de Siler già nel 1067. Secondo la tradizione infatti le spoglie del Santo (e quelle dei santi martiri Modesto e Crescenza) vennero traslate "in loco qui dicitur Marianus": nel luogo della sepoltura sorse la chiesa di San Vito al Sele.

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