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Nato ad Eboli il 26 ottobre 1854, è stato storico italiano e docente nelle università di Messina e Pavia, dove è ricordato come un riformatore degli studi di storia moderna e medievale: è conosciuto soprattutto per i suoi studi sull'evoluzione politica italiana e l'importanza della Signoria e per quelli sul potere politico e territoriale della Chiesa e delle sue lotte contro i nascenti Stati moderni. Coordinatore nel 1919, insieme a Gaetano Salvemini, di un innovativo lavoro: Storia d'Italia, rappresentativa di un nuovo corso storiografico (a cui aderirono personaggi del calibro di Croce e Gentile) che alla luce della partecipazione italiana alla Grande guerra si proponeva di riscrivere la storia "spirituale e sociale del popolo italiano".

Giacinto. Romano nacque il 26 ottobre 1854 ad Eboli, dove frequentò le scuole primarie. Conseguita la maturità liceale a Salerno, si iscrisse alla facoltà di Lettere a Napoli, avendo come professori Settembrini, De Blasis e De Sanctis. Interruppe gli studi per 5 anni per prestare servizio militare come ufficiale di cavalleria, al termine tornò a Napoli e completò gli studi. Fu per quattordici anni professore di storia nei licei di Monteleone Calabro, Messina, Pavia e Milano. Fu poi docente per quattro anni all'Università di Messina e per venti in quella di Pavia, dove fu eletto due volte consigliere comunale; assessore all'istruzione, introdusse in quelle scuole riforme importanti e, per qualche tempo, fu anche prosindaco.

Il suo primo scritto, in un numero unico, fu stampato a Napoli nel 1882 : era una breve nota intorno al fondo storico di una novella del Boccaccio che gli capitò tra le mani mentre studiava "Relazioni tra l'Italia meridionale e Tunisi sotto i Re Normanni, Svevi ed Angioini". Lo pubblicò nella cronaca del liceo di Monteleone Calabro: una monografia di un giovane appena uscito dall'università, una indagine ammirevole condotta su un gran numero di cronache latine ed arabe, di storie e raccolte di documenti. Tra i tanti personaggi storici spicca Federico II di Svevia presentato come "precoce e splendida manifestazione del mondo moderno è il primo che rompe le barriere del feudalismo, riesce a far convivere in pace credenti e non credenti, cristiani e maomettani insieme. Il principe che combatteva la Chiesa in nome della ragione, che proclamava la libertà dei culti, emancipava i servi, proteggeva la scienza e la poesia, e dava asilo a coloro cui la Curia romana aveva tolto l’indipendenza e la patria". A Monteleone scrisse anche le utili "Bricciche di Storia Calabrese" i particolari della prigionia e morte di Gioacchino Murat. Con questa larghezza di informazione, Giacinto Romano, a ventisette anni, riprese ad insegnare, indagare, scrivere la storia adoperando il metodo del quale anni più tardi, in una occasione solenne disse: "è l'analisi, l'analisi minuta, rigorosa e paziente...La storia non immagina, essa vede solamente; e però l'investigazione non può avere altro obiettivo che i fatti in quanto risultano da documenti certi. Lo studio delle fonti è, perciò divenuto parte essenziale della critica storica e principale fondamento di ogni investigazione scientifica."

Un altro lavoro sintetico e rigorosamente tracciato, è la "Cronaca del soggiorno di Carlo V in Italia dal luglio 1529 all’aprile del 1530" che Giacinto Romano scovò nella Biblioteca di Pavia. Subito dopo gli venne pubblicato “Suor Maria Domitilla”, le visioni e l’estasi di una cappuccina di Pavia, in cui tratta la restaurazione cattolica della seconda metà del 500. Durante gli anni di insegnamento a Messina scrisse una delle sue opere più importanti: "Messina nel Vespro siciliano", pubblicata nel 1896. Da quest’opera si apprende quale ruolo questa città ebbe nel periodo normanno-svevo, quali le condizioni della popolazione, quale il suo ordinamento amministrativo, e, quantunque favorita da Carlo d’Angiò ed in contrasto con i suoi più vitali interessi, Messina finì con l’associarsi al moto dei Vespri. A Pavia tra il 1889 ed il 1899 il principale oggetto della sua investigazione fu rivolto alle fonti della storia “Viscontea” per gran parte ancora sconosciuta: corresse, rivelò e rischiarò il giudizio su Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, cominciando a determinarne l’età ed il luogo di nascita di cui non si aveva notizia certa. Purgò tutta la sua vita, passando alla storia intima, penetrò nella sua vita politica accorta, audace e perseverante che ne fece il vero fondatore dello stato dell’Italia Settentrionale. A suo giudizio Gian Galeazzo, “ad onta dei suoi delitti e delle sue colpe, fu il più grande politico del tempo e lasciò nell’arte tracce incancellabili della sua splendida magnificenza; unico in Italia, in mezzo allo spettacolo di lotte fratricide quotidiane, procurava all’orgoglio nazionale la soddisfazione di due battaglie vinte su gli stranieri”. Agli studi Viscontei si annoda una delle maggiori opere del Romano: sono 650 pagine intense di avvenimenti poco conosciuti sulla biografia di Niccolò Spinelli di Giovinazzo, trovata a Pavia tra pergamene polverose e carte ingiallite dell’archivio; la pertinace raccolta di documenti di altre città d’Italia e della Francia, gli permisero di raccontare ampiamente quella vita varia, agiata, che si intreccia con i principali avvenimenti italiani della seconda metà del Trecento. Giacinto Romano mostrò come nel '300, non ancora nata la nuova scienza politica, si formasse un diplomatico di professione individuando e dimostrando come Niccolò Spinelli doveva essere ritenuto una gloria ed un vanto per il Mezzogiorno d'Italia che aveva prodotto il primo dei grandi diplomatici dell'Europa moderna.

Dopo questo fecondissimo decennio (1889-1899) e la voluminosa biografia dello Spinelli, finita di stampare nel 1901, la produzione di Giacinto Romano sembrò diventare meno copiosa. La verità è che egli in silenzio era intento a scrivere un'opera di grandi proporzioni sulle "Dominazioni Barbariche: sintesi della storia politica italiana nel periodo che andava dal 395 al 1024", vale a dire intorno a sei secoli tra i più oscuri della nostra storia. Fu preparata attingendo alle fonti originali di cronache e documenti, consultando pubblicazioni, grandi volumi, memorie accademiche, opuscoli ed articoli di riviste. L'opera, pubblicata nel 1909, ha un'esposizione ordinata, limpida, efficace, l'esame delle varie opinioni, l'espressione delle ipotesi ed il giudizio personale. Tra i temi storici trattati, il Romano dimostrò che è improprio parlare di rovina dell'Impero Romano ed esagerato che alcuni storici, nel trattato di Verdun dell'842 vedono la fine dell'Impero carolingio e il principio della distinzione delle tre nazionalità francese, tedesca ed italiana. In questa grande opera espone e spiega come l'autorità spirituale del Papa si mutò in sovranità civile. Il tema fu trattato per la prima volta sinteticamente nel discorso da lui pronunciato all'inaugurazione dell'anno accademico nell'Università di Pavia il 3 dicembre 1904. Giacinto Romano riassume, interpreta e severamente giudica quattro secoli di storia del papato. Altra opera ad ampio respiro fu "Gli studi di storia moderna negli ultimi cinquant'anni", pubblicata nel 1912.

Giacinto Romano morì a Milano il 7 febbraio 1920. Il giorno dei funerali, Ettore Rota, suo allievo prediletto, disse: "In tempi nei quali la Scuola universitaria pareva ridotta a una fucina di pura erudizione senz'alito di vita né fiamma di passione, Giacinto Romano seppe essere prima di tutto e soprattutto un maestro nel senso classico e umano della parola". Tra i lavori della sua scuola di insegnamento merita di essere ricordata l'edizione del Carme di Pietro da Eboli: l'affetto per la sua città natale lo portò a proporre ad un suo discepolo la ristampa e l'illustrazione del poema. Il 16 maggio 1920, Eboli onorò uno dei suoi più grandi figli con un evento commemorativo, alla presenza del Ministro della Pubblica Istruzione e dei Rettori di Napoli, Pavia e Roma.

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