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Autore: Roberto di Oderisio (documentato nel 1382)
Soggetto: Crocefissione (1350- 1360 circa)
Tecnica e materiali: Dipinto su tavola
Dimensioni: 178 x 120 cm.
Collocazione originaria: chiesa e convento di S. Francesco a Eboli
Collocazione attuale: Salerno, Museo Diocesano "S. Matteo"

La "Crocefissione" del pittore Roberto di Oderisio è uno dei grandi capolavori della pittura della metà del Trecento di scuola giottesca in area campana. Al centro, su fondo d'oro, vi è Cristo in croce. Ai suoi piedi la disperata Maddalena che abbraccia la croce. Angeli in volo raccolgono il sangue che sgorga dal costato di Cristo. Sulla sinistra vi è la Madonna che sviene dal dolore, sostenuta da altre donne. Sulla destra vi è san Giovannino dolente e altri personaggi. In secondo piano ci sono dei soldati armati. Alla sommità del legno della croce vi è un pellicano che col becco sta squarciandosi il petto per nutrire i suoi figli.

Tra gli artisti che furono aiuti e/o continuatori di Giotto nel panorama locale partenopeo una figura emerge in modo particolare, seppure con una sola opera autografa, non datata, e un documento scritto: Roberto da Oderisio. L'opera firmata, l'unica autografa che abbiamo di Roberto d'Oderisio, è la CROCEFISSIONE proveniente dalla chiesa di San Francesco a Eboli, attualmente esposta e conservata nel Museo Diocesano San Matteo di Salerno. La scritta è la seguente: "HOC OPUS PINSIT ROBERTUS DE ODORISIO DE NEAPOLIS". Il documento in cui è citato il nome dell'artista, già anziano, è una disposizione del 1382 nella quale Carlo di Durazzo ammette il pittore tra i propri familiari: un grande onore che indica la fama raggiunta da Roberto e il rango sociale, alto, di "familiare del sovrano", cioè come "familiaris domesticus et magister pictor noster". Ciò testimonia la scalata sociale dell'artista da semplice artigiano, "artifex bonus", a persona degna di essere eletta tra i familiari del re e questo certamente per i meriti conquistati attraverso una lunga e proficua pratica artistica. Nel documento di Carlo di Durazzo, Roberto d'Oderisio vi è citato come "magistrum pictorum regium", maestro pittore regio, con il compenso annuo di trenta once d'oro.

La "Crocefissione" è un'opera piuttosto problematica per gli storici dell'arte. In essa vi sono declinazioni stilistiche che sono fondamentalmente legate al linguaggio e alla maniera di Giotto, ma vi sono anche sensibili influssi cavalliniani e senesi. La datazione è ancora incerta. Ferdinando Bologna ritiene che la tavola possa essere un "vero e proprio punto di convergenza della maggiore e più specifica cultura giottesca napoletana del decennio 1330-1340". Infatti, c'è chi la ritiene opera databile tra il 1345-1350 e chi, invece, la ritiene opera realizzata nel decennio che da val 1350 al 1360. Comunque è opera della metà del secolo XIV, lustro più o lustro meno. Stefania Paone, invece, ha proposto una più tarda datazione: tra il 1360 e il 1370. Stilisticamente, è innegabile constatare che l'opera di Eboli presenta influssi diversi, oltre quelli tipicamente giotteschi, con una presenza di forti caratteri pittorici senesi. Nel dipinto non manca una certa declinazione locale verso modi pittorici elaborati altrove, con un sovraccarico decorativo e una preferenza cromatica per un chiaroscuro abbastanza marcato e sfoggio di punzonature che richiamano appunto modi stilistico-esecutivi senesi. La scelta compositiva rimanda chiaramente a Giotto come, per esempio, gli angeli che emergono dal fondo, disperati, e la stessa tipologia del Cristo con un lungo perizoma, trasparente e drappeggiato. Le punzonature delle aureole, con motivi decorativi tutti diversi, variegati, e le perdute dorature degli elmi dei soldati, sono echi che ci riportano a un influsso stilistico di indubbia matrice senese.

Iconograficamente la scena si svolge in uno spazio angusto, compresso dal prolungamento della parte superiore della croce, che si trasforma nel "legno della vita" o "albero della vita" intorno al quale è attorcigliato il biblico serpente e sulla cui chioma si appoggia il pellicano che nutre i piccoli con il proprio sangue, simbolo del supremo sacrificio di Gesù, ma anche di pietà. Anche nel "Cristo in pietà (circa 1354) dello stesso Roberto d'Oderisio, conservato negli U.S.A. (Harvard, Harvard University of Art), vi è la figura del pellicano che si ferisce il petto. Un motivo iconografico che si ripete. Ai piedi della Croce vi è la figura della Maddalena, abbracciata ad essa. A sinistra vi è lo svenimento della Madonna, sorretta da altre donne, dal lato opposto c'è S. Giovanni. Nel cielo dorato intorno alla Croce vi sono angeli in volo che raccolgono il sangue che sgorga dalle mani e dal costato di Cristo. Alle spalle della Madonna e di San Giovanni vi sono soldati armati. In basso, immediatamente a sinistra ai piedi della Croce, vi è un frate francescano inginocchiato e con le mani giunte in preghiera. Si tratta indubbiamente del religioso che fu il committente l'opera, di cui però non conosciamo l'identità. Inoltre, la figura del religioso è dimensionalmente minore in rapporto con gli altri personaggi ritratti, secondo il principio pittorico e iconografico delle dimensioni maggiori che erano riservate ai santi, a Cristo e alla Madonna, cioè ordinate gerarchicamente. L'opera ebolitana di Roberto d'Oderisio fu pubblicata per la prima volta nel 1846 da G. Augelluzzi. Nel 1864 anche il Frizzoni la citò. Molti sono stati gli studiosi che l'hanno studiata o soltanto citata nel corso del tempo: da Bernard Berenson a Victor Lazareff, da Emilio Lavagnino a Pietro Toesca, da Ottavio Morisani a Ferdinando Bologna, da Arturo Carucci a Roberto Middione, da Antonio Braca a Pierluigi Leone de Castris e altri. La "Crocefissione" di Eboli è stata restaurata nel 1953 e poi nel 1984. E' stata esposta a Roma nel Complesso del Vittoriano, nel 2009, nella mostra dedicata a "Giotto e il Trecento".
testo di Gerardo Pecci

Autore
Roberto di Oderisio. Pittore. È documentato a Napoli in un atto del 1° febbraio 1382 in cui viene nominato proto-pittore di corte e "familiare" di re Carlo di Durazzo, che lo ospita nella propria reggia. Un titolo onorifico che prima di lui era stato riservato soltanto al grandissimo Giotto e a Montano d'Arezzo; è il riconoscimento per una proficua carriera svolta a Napoli dall'artista. Nella città partenopea realizzò i cicli di affreschi con le "Storie bibliche" e i "Sacramenti" per la chiesa dell'Incoronata che, dopo essere stati staccati, sono conservati nella chiesa di S. Chiara. Il ciclo affrescato con i "Sacramenti" ci presenta un pittore aggiornato sulla pittura del proprio tempo, con influssi di Giotto, di Maso di Banco e altri che vanno in direzione di Avignone. Leone de Castris riferisce, citando Ferdinando Bologna, che la "Crocifissione" ebolitana non a caso presenta anche una pronunciata preferenza per l'arte di Maso e che l'arte di Roberto d'Oderisio ha avuto una lunga e proficua durata "dal 1330 circa agli anni Ottanta del Trecento", lungo l'asse portante della pittura napoletana del pieno Trecento che da Giotto conduce a Maso di Banco e da Maso appunto a Roberto d'Oderisio. Altre sue opere sono conservate a Londra e New York.

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