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Fra Roberto da Eboli, appartenente alla nobile famiglia ebolitana dei Novella, è stato un frate francescano vissuto nel Cinquecento, ricordato per la sua importante opera di evangelizzazione, che lo portò a vivere innumerevoli pericoli e peripezie: catturato in Sicilia in un'incursione corsara; prigioniero a Tripoli; a capo dei Cavalieri dell'Ordine di Malta, a difesa dell'isola assediata dai musulmani, e dove ancora oggi è ricordato come eroe nazionale; infine alla corte dei Gonzaga, prima di essere giudicato dal Tribunale della Santa Inquisizione ed imprigionato. Inimicato anche il papa Pio V, ritroverà la libertà , dopo dodici anni di prigionia, solo grazie all'intercessione del suo protettore, il duca Guglielmo Gonzaga.



Fra Roberto da Eboli, appartenente alla nobile famiglia ebolitana dei Novella, nacque presumibilmente tra il 1510 e il 1520, perchè un documento storico ci informa che quando si trovò a capeggiare i Cavalieri di Malta, a difesa dall'invasione dei mussulmani, era il 1565 e non superava i cinquant'anni. Indossa giovanissimo l'abito francescano, sicuramente nel convento di S. Antonio la Macchia, in Potenza, che in quell'epoca era casa di noviziato; dedica molto tempo agli studi, diventa un buon teologo e un eccellente oratore. Nel peregrinare per la sua opera di apostolato arrivò nel 1553 a San Vito lo Capo, paese siciliano del trapanese e, mentre si trovava su una spiaggia per il suo impegno pastorale, si verificò l'incursione piratesca del nipote del corsaro Dragut. In quel tempo le scorrerie dei pirati islamici erano all'ordine del giorno nel Mediterraneo, in particolar modo lungo le coste ioniche e tirreniche: padre Roberto fu catturato insieme ad altri e portato schiavo a Tripoli dove subì le durissime condizioni carcerarie che i mussulmani infliggevano agli "infedeli predicatori del Vangelo". Nelle prigioni libiche, esclusivamente con la propria fede ed il suo fascino carismatico, ben presto divenne il punto di riferimento e speranza di tutti i prigionieri che lo elessero portavoce e promossero una raccolta di danaro per chiederne il riscatto. Il frate ebolitano riacquista così la liberta alla fine del 1564, dopo aver trascorso ben dodici anni privo di libertà.

Nel periodo di prigionia a Tripoli, Fra Roberto viene a conoscenza della preparazione dei Turchi all'assalto all'isola di Malta e, invece di dirigersi ad Eboli, con mezzi di fortuna raggiunse nei primi mesi dell'anno 1565 l'isola, patria dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, dove venne accolto dal Gran Maestro Giovanni de La Valette, governante dell'isola. In poco tempo Padre Roberto seppe organizzare la popolazione isolana per non trovarsi impreparata nel momento dell'assedio, che avvenne il 22 maggio 1565: la flotta turca ottomana, composta da duecento navi e da un numerosissimo esercito, formato dai più sanguinari guerrieri e da tanti religiosi musulmani, lasciò il Bosforo, dirigendosi verso l'isola maltese. Il mattino del 28 maggio la flotta è avvistata dai soldati delle torri di guardia. I Cavalieri di Malta, anche se famosi per il loro valore e coraggio, erano di gran numero inferiore al nemico, motivo predominante del loro scoraggiamento: in queste fasi concitate, entra in azione Padre Roberto che, con la sua eloquenza e il suo fervore, infiamma gli animi dei Cavalieri. Ci sono cruenti scontri tra i due eserciti, ma il frate ebolitano imperterrito, amministra i sacramenti della confessione e della comunione, aiuta i feriti, offre il viatico ai moribondi. Diventa in pratica un angelo consolatore per i soldati.

Artefice della resistenza dei Cavalieri di Malta, viene anche ferito ma non si ferma nel suo proposito: stringendo tra le mani il suo crocifisso, si porta da una parte all'altra dell'isola. Viene ferito una seconda volta, ma rimane in prima linea nella mischia dei combattimenti. Il 29 agosto, durante una predicazione, ha una visione celeste che profetizza che l'8 settembre l'isola sarebbe stata liberata. I Cavalieri, risollevati dalla profezia riescono a resistere al nemico fino al 7 settembre, giorno dell'arrivo della flotta dei soccorritori, formata da unità spagnole, genovesi, napoletane, siciliane e toscane. Tutti i soldati il giorno dopo, ricordandosi della profezia di Padre Roberto, si portano nella Chiesa di San Lorenzo per ringraziare la Vergine Maria, mentre i Turchi si ritirano dall'isola. Nella stessa Chiesa, il 18 settembre, il Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri di Malta, Giovanni de La Valletta, commemora ufficialmente la vittoria, durante la messa celebrata da Padre Roberto ed in cui il frate ebolitano tenne un solenne discorso, trascritto negli annali dell'isola maltese, dove ancora oggi le sue gesta sono narrate nei libri di storia ed è massima la fama del padre ebolitano, venerato come un santo.

Con la vittoria della flotta cristiana, il fraticello torna finalmente nella sua cara città natia. Ma ad Eboli trova un'amara sorpresa: una disposizione del vicario generale cappuccino impone al frate di lasciare l'abito; è accusato infatti di aver ricevuto del denaro da portare alla sua famiglia e nel viaggio di ritorno di essere stato in compagnia di una donna di dubbia fama. Padre Roberto lascia l'abito e si rifugia presso i frati minori osservanti di S. Maria del Gesù a Napoli. Scrive quindi al vescovo di Malta, Mons. Domenico Cubelles, chiedendo di intervenire in suo favore al fine di attestare la sua condotta nell'isola. Puntuale arriva la risposta del vescovo maltese che, in una testimonianza deposta "medio suo iuramento", difende l'amico Fra Roberto, definendolo "un bon religioso et homo di buonissima vita et fama, senza mai haver dato scandalo alcuno dei fatti soi a persona nata e descrivendone lo spirito religioso che aveva manifestato durante tutto l'assedio e la sua importante opera di evangelizzazione e nel tenere gli esercizi spirituali per i Cavalieri di Malta; inoltre afferma che il denaro dato al frate proveniva dalla curia ed era appena sufficiente al suo sostentamento. Anche il gran maestro di Malta, La Valette, fa sentire la sua voce, dichiarando che il frate ebolitano è stato un religioso integerrimo, distintosi non solo nella sua dottrina cristiana, ma anche lungo l'assedio dei turchi, portando ai cavalieri conforto ed incitamento. Alla fine della sua testimonianza egli afferma: "La onde noi, mossi da tante sue buone operazioni, havemo voluto fargli senza altra istantia benignamente le presenti aciocha il tutto ad ognun un sia in ogni luogo et tempo manifesto et chiaro." Il buon nome di Padre Roberto è così salvo, ma egli non rientrerà mai più tra i Cappuccini.

Nel continuare la sua opera evangelizzatrice, nel 1568 fu inviato dai superiori a Mantova, città lombarda passata dallo stato comunale del medioevo allo stato signorile rinascimentale, retto dalla potente famiglia dei Gonzaga fin dal 1540, e governata dal duca Guglielmo insieme alla moglie Eleonora d'Asburgo, figlia dell'Imperatore Ferdinando I. Fra Roberto seppe entrare ben presto nelle grazie del Duca, ma visse in città un momento critico, col diffondersi di nuove culture e dottrine eretiche, luterane e calviniste che portano ben presto in città l'inquisitore domenicano, frate Camillo Campeggio, che senza il placito del Duca, fece arrestare, imprigionare e torturare cittadini di ogni ceto. Seguirono processi sommari, su sospetto o denuncia di anonimi delatori che, il più delle volte, infliggevano l'impiccagione. Di fronte a tali eccessi, Padre Roberto, con il suo carattere irruente ed impulsivo, nel febbraio del 1568, all'interno della chiesa di Santa Barbara, denunciò dal pergamo la crudeltà dell'Inquisizione definendo il Campeggio "Sognatore esemplare di eretici in una città sotto il dominio di un Duca curatissimo della religione" ed alla minaccia di non giudicare più l'operato degli inquisitori, dal pulpito della chiesa di San Domenico mostrò tutta la sua indignazione per l'operato inquisitorio anticristiano. La reazione fu immediata: fra Roberto venne arrestato a Piacenza il 6 marzo 1568 e su richiesta di papa Pio V fu condotto a Roma e chiuso nel carcere di Tor di Nona. A nulla valsero le proteste del duca Guglielmo per tentarne la scarcerazione; l'unica concessione gli risparmiò il carcere duro e fu rinchiuso in una piccola cella con un'apertura posta nel tetto. All'interrogatorio del 25 marzo 1569 si presentò firmandosi "fr. Robertus Novella de Ebulo Ordinis Fratrum Minorum de Observantia". Nel successivo processo del 1570 rincara la dose su Pio V, che aveva precedentemente accusato di simonia, e ritratta le sue accuse: evita la condanna al rogo ma trascorre quattro anni nel carcere del Santo Officio della rocca di Ostia; successivamente venne trasferito nel carcere dei Sant'Officio di Roma.

Il 29 aprile 1578, per intercessione del duca Guglielmo, riceve la grazie dal nuovo papa Gregorio XIII e si ritrova nel convento francescano di S. Maria di Aracoeli. Alla fine del 1580, il frate ottiene la libertà completa e, dopo dodici anni di carcere, ritorna nella sua Eboli, dove trova una situazione familiare drammatica: il padre morto, la madre vecchia e povera, la sorella nubile e poverissima ed il fratello Lucio disoccupato. Non gli resta che scrivere di nuovo al duca, chiedendogli di aiutare la sua famiglia e di trovare lavoro al fratello. Sono le ultime notizie di Padre Roberto: si presume che, ormai stanco e debole dopo tante traversie, anni di schiavitù e duro carcere, il frate si sia spento in Eboli.

 

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