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Architetto, nato ad Eboli nel 1795, è stato allievo del Niccolini, con cui lavorò all'ampliamento del Palazzo Reale (1824), divenendone in breve tempo il responsabile del restauro e decorazione architettonica degli interni. Nel 1837 Ferdinando II di Borbone gli affidò il compito di restaurare il Palazzo Reale alla Marina e, a partire dal 1839, di compiere alcuni lavori alla Reggia di Caserta, tra cui la realizzazione definitiva della sala del trono e la creazione di una "sedia volante" (una sorta di ascensore) all'interno della stessa. Lavorò alla realizzazione e restauro di numerose chiese storiche, palazzi nobiliari e giardini del regno borbonico, di cui fu il maggiore esponente del gusto neoclassico.

Gaetano Genovese, figlio di Nicola e Maria Giuseppa Gaiano, nacque ad Eboli il 26 gennaio 1795. Di famiglia agiata, fu avviato agli studi d'architettura e fu allievo di Paolo Santacroce presso il Reale Istituto di belle arti a Napoli. Nel 1816, allorché il governo istituì il pensionato artistico a Roma, vi si iscrisse, come allievo e frequentò con Pietro Valente, Francesco Saponieri e Nicola D'Apuzzo. Tornato a Napoli, nel 1822 partecipò al concorso per l'insegnamento del disegno architettonico al Reale Istituto di belle arti, bandito in seguito alla morte del Santacroce; il Genovese venne giudicato a pari merito con Saponieri, che gli fu preferito avendo insegnato ad interim quella disciplina. L'11 gennaio 1824 fu nominato architetto della Real Casa: dapprima come aiutante, quindi come primo architetto. La stima che riscosse nell'ambiente di corte gli valse fama e prestigio, tanto che nel 1825 la Real Accademia di belle arti lo annoverò tra i suoi soci corrispondenti e il Real Istituto di belle arti lo nominò professore ordinario. Nel 1826 lavorò a due fabbriche patrizie della prestigiosa via Toledo: realizzò interventi di restauro in palazzo Berio (opera di Luigi Vanvitelli) e in palazzo Buono, i cui lavori vennero conclusi nel 1828.

L'opera più impegnativa e complessa del Genovese riguarda la Reggia Napoletana: Ferdinando II di Borbone, dopo un primo sommario restauro generale del palazzo compiuto nel 1830, appena salito al trono, ed in seguito all'esteso incendio del 1837, volle procedere a un grandioso rifacimento della sede reale, che appariva come il risultato di una serie di casuali interventi di ampliamento della primitiva residenza vicereale, incompiuta opera di Domenico Fontana attuata nei primi anni del 600. L'idea di un'organica sistemazione della reggia secondo un piano generale di ampliamento era già stata formulata dall'architetto Antonio Niccolini nel decennio francese, i cui disegni progettuali sono conservati presso il Museo nazionale di San Martino. Il Genovese fu certamente influenzato dal progetto niccoliniano, per la soluzione volumetrica adottata, mentre risultò particolarmente attento al linguaggio di Fontana, riproponendo scansioni desunte dalla presenza seicentesca. Dopo numerosi studi, compiuti anche sulla base del progetto di Fontana e discussi con il sovrano, conferì al palazzo un aspetto unitario, sia operando la riconfigurazione volumetrica dell'impianto monumentale, sia adottando importanti soluzioni morfologiche nei cortili, nelle gallerie di disimpegno degli appartamenti, nei collegamenti verticali. L'intervento del Genovese fu più consistente nel braccio settecentesco (appartamenti della regina madre) devastato dall'incendio; notevole è, altresì, l'apporto nell'appartamento da festa, con la grande sala da ballo decorata da stucchi di danzatrici.

Rientra nelle opere condotte dal Genovese per la reggia napoletana lo splendido scalone, che fu terminato soltanto nel 1858 e che riconfigurava quello compiuto nel 1651 dal Picchiatti. Nella Reggia si deve al Genovese anche la sistemazione dei giardini reali, ove l'elegante cancellata in ferro accolse nel 1846 i celebri cavalli di bronzo, donati a Ferdinando II dallo zar Nicola I di Russia, nonché il rifacimento della cappella reale che venne ampliata, rispetto alla preesistenza seicentesca, già restaurata nel 1815 aggiungendo alla navata due cappelle intercomunicanti su ciascun lato. La capacità di procedere a manutenzioni e adeguamenti di immobili (sin dal 1839 curò gli stabili della Reale Società borbonica, accrescendone il reddito) valse al Genovese la fiducia di talune istituzioni religiose: mentre attendeva alle opere per la reggia, alcuni importanti Monasteri napoletani si rivolsero per restauri all'architetto ebolitano, tra cui il monastero delle nobili clarisse di S. Chiara, quello delle benedettine di S. Maria Monteverginella ed il Seminario Vescovile diocesano, per il quale realizzò i due piani più alti, la cappella e lo scalone d'ingresso.

Mentre il Genovese attendeva al palazzo reale di Napoli, Ferdinando II volle che egli, in qualità di architetto di corte, affrontasse anche il problema del completamento degli appartamenti reali nella Reggia di Caserta, lasciati incompiuti da Luigi e da Carlo Vanvitelli. Mentre alcune sale avevano già ricevuto un'elegante veste neoclassica a opera di Antonio de Simone e Pietro Bianchi, al Genovese fu affidata la sala del trono, per la quale si conservano disegni autografi presso il Museo nazionale di S. Martino, datati tra il 1844 e il 1846. Oltre a questa sfarzosa ornamentazione, ove l'ostentata ricchezza di motivi introduce il gusto dell'eclettismo proprio della seconda metà del secolo, il Genovese risolse brillantemente il desiderio del re di una "sedia volante" nella residenza casertana, e nel 1845, con la collaborazione dell'architetto Gargiulo, realizzò una sorta di ascensore in legno mosso da un sistema di ruote dentate azionate a braccia.

Ancora, va ascritto al Genovese il restauro della sede della zecca napoletana, fondata da Roberto d'Angiò, e ampliata in età vicereale (1681), con facciata dalle membrature in piperno. Nominato direttore dei lavori il 6 maggio 1846, il Genovese aggiunse un terzo piano a imitazione di quelli sottostanti, concluso da cornicione classico, inserendo il giglio borbonico nei capitelli corinzi della cappella posta nel cortile.

Agli episodi già ricordati va aggiunta - nella fase estrema degli anni Quaranta, seppure con talune labilità cronologiche - la produzione per la committenza privata: si ricordano palazzo Satriano alla riviera di Chiaia; palazzo Corigliano di Sangro, dei duchi di Vietri, in piazza S. Domenico Maggiore e palazzo Orsini di Gravina, edificio rinascimentale del conte Ricciardi.

Nel 1851 il Genovese divenne membro della Commissione di antichità e belle arti, carica che mantenne per tutta la vita, nonché, dall'agosto del 1852, direttore degli scavi di Pompei e - dal febbraio dell'anno seguente - socio corrispondente dell'Accademia ercolanese: al lui si deve il metodo di indagine stratigrafica negli scavi archeologici, che rivela un altro aspetto della sua personalità. Nel 1852 ricevette dal sovrano l'incarico della direzione dei lavori del Camposanto, opera dei suoi predecessori Maresca, Malesci e Cuciniello. Nonostante qualche intervento nel settore del restauro, come il disegno per il pavimento marmoreo della chiesa di S. Maria di Piedigrotta (1853), in questi anni il Genovese fu soprattutto impegnato come architetto commissario del Municipio di Napoli, con incarichi prevalentemente urbanistici: di notevole rilievo è il progetto (non realizzato) del traforo di collegamento tra Montesanto e Chiaia attraverso la collina di S. Martino e S. Elmo, che rientrava nei programmi di viabilità di Ferdinando II per risolvere il collegamento di aree urbane a ridosso delle colline e il progetto di bonifica dell'area a valle della via S. Maria di Costantinopoli, ove edifici di abitazione sostituirono le vicereali "fosse del grano" e dove si ubicò la sede dell'Accademia di belle arti. Nel 1857 ricevette altro importante riconoscimento con l'alta onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Francesco I, ma - di lì a poco - la caduta della dinastia borbonica incise sulla sua vita professionale e, dopo l'Unità d'Italia, si limitò a compiere quasi esclusivamente interventi di progettualità urbanistica, come quelli corrispondenti all'attuale via Pessina, prolungamento di via Toledo, sulla quale doveva sorgere il nuovo palazzo municipale. Appare evidente che la svolta unitaria dovette porlo in posizione marginale di fronte all'affermarsi degli altri architetti che impersonarono a Napoli la stagione dell'Eclettismo.

Il Genovese fu autore di interventi importanti, sebbene, come notò Sasso, non progettò mai, né costruì, un edificio per intero. La sua figura appare quella di un raffinato decoratore, esigente nel controllo della qualità esecutiva degli stucchi, che riscatta l'assenza di particolari capacità inventive con l'attento studio dei rapporti dimensionali delle quadrature e dei partiti architettonici. Gli va nel contempo riconosciuto il costante impegno nello studio dei problemi di riuso o di recupero in chiave di mediazione tra tematiche classicistiche tardo rinascimentali e motivi tipici della cultura neoclassica ispirati palesemente ai modelli antichi e a Vitruvio, pur senza esplicite citazioni né scritti teorici. Se è vero che "la sua fantasia appare prigioniera e come irrigidita nelle minuzie lineari del formulario classicistico" (Venditti), dobbiamo riconoscere che egli fu prestigioso professionista, dotato di indubbie qualità nell'affrontare i problemi del progetto alle diverse scale, da quella urbana del fronte sud del palazzo reale di Napoli, a quella decorativa degli stucchi, negli aulici saloni che segnano il fasto di un'epoca. Nel pieno della sua carriera abitò a Napoli, in Salita Tarsia 132, nel cosiddetto Palazzo Genovese da lui ristrutturato, sulla cui facciata è ancora visibile lo stemma della famiglia e dove morì il 24 marzo 1875.

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