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Poeta medievale vicino alla corte sveva, nacque tra il 1150 e il 1160 ad Eboli, che amò intensamente. Fu fedele alla politica dell'imperatore Enrico VI – figlio di Federico Barbarossa e padre di Federico II – di cui celebrò la conquista della Sicilia nel "De Rebus Siculis Liber ad honorem Augusti" (Libro sulle vicende di Sicilia in onore dell’imperatore), composto nel 1195-1197, trasmesso da un codice medioevale contenente le miniature che illustrano il passaggio del potere dalla dinastia normanna alla sveva nel Regno di Sicilia. A Federico II o a suo padre Enrico VI è dedicato l'altro suo poemetto, il "De balneisPuteolanis", che conobbe una notevole e plurisecolare fortuna. Il "De balneis" informa, in chiusura, dell'esistenza di una terza e precedente opera, andata perduta, i "Mira Federici Gesta", poema in lode di Federico Barbarossa, di cui si cantavano le gesta. È verosimile che fosse chierico, e non è escluso che professasse anche l'arte medica, di cui si rivela esperto intenditore.

Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo) poeta, cronista e forse chierico, vissuto a cavallo del XII e XIII secolo e vicino alla corte sveva, nacque tra il 1150 e il 1160 ad Eboli che amò intensamente (la definì "dulce solum") raccomandandola all'imperatore Enrico VI per difenderla dai feudatari. La sua vita è scarsamente documentata: risulta incerta, ad esempio, la sua identificazione con un certo Pietro Ansolino (o Ansolini) da Eboli, menzionato nel 1221 in un documento della cancelleria federiciana, come già titolare di un mulino poi passato con un lascito ereditario al santuario di Monte Vergine. Questa identificazione comporterebbe la sua morte prima del 3 luglio 1220, data in cui Federico aveva precedentemente confermato il privilegio ecclesiastico su quel mulino. Sul suo retroterra di cultura classica si innestavano anche competenze mediche, a testimonianza forse dei suoi studi presso la celebre Scuola Medica Salernitana, che fino al 1400 conservò il suo antico splendore, da essere chiamata città Physica terra o Urbs come una seconda Roma. Nella parte finale della sua opera più importante il "De Rebus Siculis Carmen" si definisce "magister": "Ego magister Petrus de Ebulo, servus imperatoris et fidelis, hunc librum ad honorem Augusti composui".
Tale titolo tuttavia non è indicativo per indurre a pensare che fosse medico come asseriscono molti studiosi e in special modo Theo Kffizer: per lo studioso tedesco il titolo di magister non indicava altro che una particolare competenza anche in altri campi professionali oltre la medicina. Altri sostengono che doveva essere un medico altrimenti non avrebbe potuto comporre l'altra sua opera: il "De Balneis Puteolanis", dove descrive i benefici che apportano i vari bagni di Pozzuoli al corpo umano. Invero sappiamo poco di Pietro da Eboli e possiamo estrapolare le scarne notizie biografiche dalla sue due opere maggiori e da qualche documento che si conserva nell'Archivio Arcivescovile di Salerno. Su uno datato 1520, mese di febbraio, Federico II conferma alla chiesa Salernitana: "...molendinum de Albiscenda in Ebulo consistens, quod magister Petrus versificator a clare memorie domino Henrico, imperatore Romanorum patre nostro iure Hereditario Habuit, tenuit et in fine vite sue idem magister Petrus illud sancte Salernitane ecclesie donavit pariter et legavit". Traduzione: "...il mulino di Albiscenda, situato in Eboli, che il maestro Pietro poeta ebbe con diritto ereditario dall’imperatore dei Romani Enrico nostro padre, signore di chiara fame, possedette e in fin di vita il medesimo maestro Pietro lasciò in testamento alla santa Chiesa Salernitana”.

Nelle miniature del carme (46-139a e 47-140a) Pietro appare con la testa tonsurata e con abito ecclesiastico, e ciò ha fatto credere che fosse un prelato. Un'altra miniatura, che lo raffigura coetaneo di Corrado di Querfurt, cancelliere di Enrico VI, potrebbe ulteriormente suggerirne la nascita negli anni settanta del XII secolo: ha la tunica lunga ornata di una fascia che pare ricamata presso l'orlo inferiore e il manto fermato da una fibula presso la spalla sinistra, simile a quelli che indossano, in queste miniature, le persone ecclesiastiche autorevoli come il cancelliere imperiale Corrado di Querfurt. Per Eboli ottenne il privilegio e il riconoscimento della tutela imperiale: entrando a far parte del demanio imperiale, la città divenne intoccabile. Morì tra il 1212 e il 1220; l'epilogo del "De Balneis Puteolanis", risalente al 1212, prova che il poeta in quell' anno era ancora in vita, mentre il documento, sopra trascritto, consente con certezza di datare la morte del poeta attorno al 1220. Un'iscrizione lapidaria a caratteri gotici, trovata dallo storico Augelluzzi tra le carte del primicerio Pisciotta, in una antica cappella di proprietà dei padri di San Francesco di Assisi, fece pensare che ben presto Eboli avrebbe potuto trovare i resti del suo poeta. Gli studiosi di ogni parte di Europa accorsero ad Eboli per poterne accertare la veridicità: ben presto si arrivò alla determinazione che la scritta apparteneva a tempi tardivi e conteneva parecchi errori storici.

Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come "Carmen de Rebus Siculis" o "Carmen de motibus Siculis"), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell'Imperatore.
È attribuibile a lui, con una certa sicurezza, il "De Balneis Puteolanis" (o il “De Balneis Terrae Laboris”), un carme in trentacinque epigrammi scritto nell'ultima decade del XII secolo (probabilmente nel 1197) e da lui destinato in lode a “Cesaris ad laudem”, cioè all'imperatore Federico II, figlio di Enrico VI. Il De Balneis conobbe una notevole e plurisecolare fortuna: tradotta più volte in volgare, l'opera è tramandata da ben 21 testimoni, ma anche da 12 edizioni a stampa, dal 1457 al 1607. Il De Balneis ci informa in chiusura dell'esistenza di una terza e precedente opera, per noi perduta: "Mira Federici Gesta", poema in lode di Federico Barbarossa, di cui si cantavano le gesta.

 

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