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Poeta italiano e religioso dell'Ordine dei Minimi, apparteneva ad una nobile famiglia di Eboli, dove nacque il 16 dicembre 1705. Studiò presso i Gesuiti a Napoli ed a vent'anni pubblicò i suoi versetti giovanili in un volume dal titolo "Rime" (1725), che fu elogiato da Giambattista Vico in una celebre lettera indirizzatagli. Pubblicò in seguito altri due volumi di sonetti: "Delle giovanili rime" (1728) e "Rime scelte" (1730). Nel 1727 venne scelto come poeta di corte a Vienna presso gli Asburgo ma vi rinunciò in quanto deciso a prendere i voti religiosi, sebbene osteggiato dalla famiglia. Nel 1729 entrò nell'Ordine dei Minimi a Napoli e durante il periodo religioso produsse numerosi testi e rinnegò completamente le sue opere giovanili.

Gherardo Degli Angeli (o "Degli Angioli", nome medioevale "De Angelis") nacque ad Eboli il 16 dicembre 1705 da Anna de Caroli e da Giovanni, marchese di Trentinara. Debole e malaticcio, ma di ingegno vivace ed incline allo studio, a 7 anni traduceva con grandissima facilità i classici latini. A 10 anni fu inviato dai genitori a studiare a Napoli a frequentare il corso di lettere superiori presso i Padri Gesuiti dove rimase fino all’età di 14 anni, studiando, oltre ai classici latini, testi di filosofia, teologia e politica. Nel 1720 abbandonò il collegio dei gesuiti. Seguirono tre anni di grande incertezza e di studi disordinati, adattandosi, per compiacere il padre che lo aveva destinato alla professione di avvocato, a frequentare le lezioni di legge all'università e l'Ordine dei giudici per la pratica del foro. Non per questo abbandonò gli studi filosofici e, profondamente attratto dalla vita religiosa, quello dei testi sacri; lesse, per suo conto Platone, Cartesio, Malebranche, avvertendo, tuttavia, i limiti della sua formazione di autodidatta e la necessità della guida di un maestro. In questi anni iniziò a comporre le prime rime che riflettono, soprattutto quelle di contenuto autobiografico, secondo uno sperimentato modulo petrarchesco, il disagio della sua condizione prodotto dal contrasto tra una giovanile propensione alla vanità della gloria e la paura della perdizione spirituale.

A questo periodo risale l'incontro del Degli Angeli con Gian Battista Vico, il grande umanista e filosofo che ravvisò in lui un grande talento tanto da coltivarne lo spirito ed introducendolo nelle conversazioni letterarie della città. Il Degli Angeli partecipò alle riunioni che si tenevano in casa della marchesa Angiola Cimino, meta dell'alta società napoletana e dei letterati del tempo, che il Vico frequentava con la figlia Luisa, e fece parte di quel circolo di amici e ammiratori del filosofo napoletano, letterati, professori, predicatori che spesso si incontravano nella sua dimora. Con il Vico il Degli Angeli continuò negli anni seguenti a discutere della natura dell'arte e della poesia. In questo periodo si abbandonò alla lettura dei filosofi antichi, dei politici e dei teologi come Platone, Plutarco, Cicerone, Seneca, Tacito, Arnaldo, Cartesio e Bacone. Accresciuto e migliorato il suo spirito studiò Diritto Pubblico e cominciò l’esercizio del Foro sotto un valente avvocato. All’età di 20 anni diede alle stampe un tomo di liriche toscane che furono accolte con piacere nei maggiori circoli letterari del tempo. Il canonico letterato Sostegni, sotto un ritratto di Gherardo pose questo distico: "Aspice hunc, quarto vix jam pubescere lustro: perlege dispeream, ni tibi nestor erit".

Accolto favorevolmente dalla critica, pubblicò altri tre volumi che furono letti con eguale gradimento: nel 1725 pubblicò a Napoli un primo volume di suoi versi giovanili, "Rime", che fu lodato dal Vico in una celebre lettera in cui si congratula con il discepolo: “...venuto in età della qui tra noi rifiorente toscana Poesia. Ma ‘un tanto beneficio’ deve il giovine...al tempo da cui è stato senza guida altrui, menato a leggere Dante, Petrarca, Bembo, Ariosto, ed altri poeti eroici del cinquecento; poiché sovratutti, ma non per altrui avviso fattone accordo, egli per il suo senso poetico, si compiace di Dante, contro il corso naturale dei giovani, i quali per il sangue che ride loro nelle vene, si dilettano di fiori, di acconcezze, di amenità”. Nel 1726 pubblicò a Napoli un secondo volume; un terzo volumetto apparve sempre a Napoli con data del 1727. Preparò, quindi, una nuova edizione, in cui fece una scelta delle precedenti rime e ne aggiunse di nuove; la raccolta era preceduta da una lettera al lettore di G. B. Vico. Si ebbero in seguito altre edizioni, sempre a cura dell'autore, l'ultima delle quali, Rime giovanili scelte, fu pubblicata a Napoli nel 1752. In quella del 1763 sotto un altro ritratto si legge questa terzina: "Lungo il Sile costui già nacque, e poi sél tenne, e crebbe la real sirena, e ’l dispose a lodar Divi, ed eroi".

Nel 1727, per la morte della marchesa Angiola Cimino, scrisse un libro di versi. La fama dei suoi poetici componimenti, pieni di estro di vivacità e di pensieri felici, giunse a conoscenza della corte imperiale di Vienna e nel 1727 fu invitato, per tramite di Anna Pinelli principessa di Belmonte, a recarsi nella capitale asburgica come poeta cesareo, ma Gherardo, ormai deciso a prendere i voti rifiutò: sbrigatosi con dignità dal cortese, ed onorevole compito affidatogli, diede modo al Metastasio di occuparne il posto. Ormai deciso a prendere i voti, trovò l'opposizione della famiglia, tanto che il padre, con una lettera al suo procuratore in Napoli, lo privò di ogni aiuto. Nel 1728 entrò nella Congregazione della Famiglia di Gesù Cristo detta dei Cinesi, appena fondata e retta dall'abate conterraneo Matteo Ripa, per la formazione dei giovani chierici; vi rimase un solo anno per poi passare nel convento di S. Francesco da. Paola. Qui recitò l'annuale panegirico di San Francesco e dopo solo sei mesi, il 24 dicembre 1729, con indulto speciale, vestì l'abito dell'Ordine dei minimi. Per quattro anni si dedicò interamente allo studio della teologia, dei padri della Chiesa, dei concili e alla lettura delle opere di San Tommaso, di Estio, di Natale Alessandro e degli Annali del cardinale Baronio. Nel 1733 fu destinato al monastero di Salerno e qui, rifiutando l'offerta del vescovado di Ugento, si diede all'esercizio quotidiano della predicazione e dell'insegnamento. Rinomato per le sue qualità oratorie, ritornò a Napoli nel 1738 dove fece sentire la sua voce dai pulpiti. Nelle sue orazioni i contemporanei ammirarono soprattutto la "gravità", il "decoro" e lo stile "saggio" e "dotto". Il Degli Angeli, insieme con il cappuccino Bernardo Giacco, fece parte di quel gruppo di oratori ufficiali al cui stile accademico si oppose Sant'Alfonso che lo definì "niente affatto profittevole". Accolto con onore nei convegni di intellettuali che si tenevano in casa dei marchese Grimaldi, vi conobbe il Filangieri e il giovane Mario Pagano, nel quale coltivò l'amore per la poesia avviandolo allo studio dell'eloquenza. Collaborò con il Pagano alla Scelta miscellanea, per riesumare le opere minori di Vico; e di Vico, insieme con il figlio Gennaro, contribuì a mantenere viva la memoria nelle accademie letterarie e negli ambienti universitari. Continuò a predicare fino al 1765 quando, malato, si chiuse nel chiostro del monastero di S. Maria della Stella. Morì a Napoli il 2 giugno del 1783.

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